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Cronaca


BARCELLONA L' operazione è conclusa. Enrique de Federico, capo della polizia di Barcellona, dopo giorni di ostinato silenzio, accetta un breve colloquio. Ma solo per cortesia. Nessuna informazione sugli sviluppi delle indagini. E, soprattutto, nessun accenno alle polemiche con i colleghi italiani. Dichiarazioni di routine? Naturalmente. Stiamo esaminando il materiale sequestrato e tentando di stabilire la provenienza dei venti milioni di pesetas, circa duecento milioni di lire, sequestrati nei conti correnti degli arrestati. Non prevediamo novità... anche se non possiamo escluderle. Ma Riccardo D' Este e compagni sono davvero dei brigatisti rossi di primo piano? Così ci hanno detto da Roma. Poi guarda nervoso l' orologio. Il colloquio è finito. Los brigatistas sono al piano di sotto, in cella di sicurezza. Per la legge anti-terrorismo spagnola possono essere interrogati, senza tante formalità, per dieci giorni. Difficile prevedere quanto potranno o vorranno raccontare. L' unica indiscrezione, per ora, riguarda D' Este: il capo di questa raccogliticcia colonna sarebbe in crisi d' astinenza. Un impellente bisogno d' eroina che, forse, spiega anche il comportamento imprudente di Fabrizio Burtet e Clara Piacenti, primi arrestati di una catena che ha portato in carcere 14 persone. I due erano stati fermati il 7 aprile ad un posto di blocco, su un' auto rubata, poche ore dopo un clamoroso attentato dell' Eta. Imbecilli! Ma come gli è venuto in mente di uscire proprio questa notte?, si erano sfogati, per telefono, i loro compagni non appena venuti a conoscenza dell' arresto. Conversazioni registrate, ora agli atti dell' inchiesta. Il gruppo era sotto controllo da mesi. Gli spagnoli ma, probabilmente, anche i carabinieri italiani speravano di arrivare più in alto. Il gioco sembrava poter continuare anche dopo il 7 aprile: i latitanti nascosti a Barcellona erano allarmati, ma non insospettiti. L' arresto di Burtet e della Piacenti appariva, come effettivamente era, del tutto casuale. Una retata inopportuna A dare un' improvvisa accelerazione alla vicenda era però intervenuta la polizia italiana bloccando ad Imperia Mario Pisano e Hellen Codd. L' arrivo dei due era stato segnalato dagli stessi investigatori di Barcellona; con la preghiera di non intervenire, ma di limitarsi a seguirne le mosse. Qualcosa, però, non aveva funzionato. E quello che doveva essere un discreto pedinamento si era tramutato in una retata, reclamizzata la settimana scorsa sulle prime pagine di tutti i giornali. I complimenti di Scalfaro, telegrafati a Barcellona alla vigilia del vertice europeo contro il terrorismo, non impediscono così, dietro la facciata dei reciproci scambi di cortesie, che qualche investigatore spagnolo si dichiari molto cabreado (letteralmente: incapronito) per i risultati ottenuti da questa brillante operazione congiunta. Tanto più che, anche raffrontata al livello relativamente basso della terza generazione brigatista, la statura politica degli arrestati non sembra neppure molto significativa. D' Este, il commontista, in Italia è sempre stato considerato personaggio poco affidabile, se non addirittura un infiltrato. Come i suoi compagni, venditori ambulanti di collanine o trafficanti di droga, è certamente soggetto capace di azioni criminali; ma difficilmente un' organizzazione terroristica si potrebbe fidare di lui. Neppure a Barcellona. Chiunque parli di una relazione tra l' Eta e questo gruppetto di italiani, sostiene Enric Borras, editore di una rivista che raccoglie le varie voci dell' indipendentismo catalano, dice il falso. Basta saper qual è l' atteggiamento dell' Eta nei confronti della droga: ammazzare gli spacciatori. Barcellona nuovo crocevia del terrorismo internazionale è allora un' invenzione? No, Barcellona può anche nascondere dei terroristi. Si presta. E' una metropoli di 3 milioni di abitanti, con una densità di popolazione che è quasi quella di Bombay. Ha un porto, è piena di traffici e di turismo, è vicina alle frontiere. E' ricca di contraddizioni come può esserlo la città più ricca e più disoccupata di Spagna. Un nascondiglio ideale. Con ogni probabilità qui vivono effettivamente molti ricercati. Quello che dico è che non penso che questi italiani siano quelli che ci raccontano. Un certo scetticismo sull' effettiva importanza degli arresti non esclude dunque che nella capitale catalana si possa stabilire un legame tra i settori più estremisti di una sinistra che raccoglie, spesso confusamente, indipendentisti, anarchici e marxisti leninisti e le organizzazioni terroristiche europee. Ipotesi confermata da Josep Aixala, portavoce del Movimento di difesa della terra. A Barcellona la distinzione tra legalità, semilegalità, illegalità è, a volte, abbastanza sottile. La violenza? In un processo di liberazione nazionale, spiega Aixala, è legittima e necessaria. Noi siamo un' organizzazione di massa; non facciamo lotta armata. La fa Terra Lliura, che è un' organizzazione clandestina. Noi siamo d' accordo con Terra Lliura; siamo complementari. Opuscoli sulla lotta armata E le Br? Per noi la questione è la liberazione nazionale. Certo qualche punto in comune con le Brigate rosse italiane ci potrebbe anche essere. Siamo molto diversi. Ma non mi sento di criticarli. E se dei brigatisti vi chiedessero aiuto? Non si può chiudere la porta in faccia a un combattente che ha bisogno di solidarietà. All' ingresso, su un banchetto, tra le altre pubblicazioni, opuscoli che parlano della lotta armata. Sembra di tornare indietro, nell' Italia degli anni Settanta. Barcellona aspetta le Olimpiadi del 1992. Il governo è molto preoccupato. Prima, probabilmente, affronterà un gran dibattito sul garantismo. -