Amsterdam - "Guardi che qui non è tutto rose e fiori. Se vuole vedere il lato oscuro dell' Olanda, vada nel quartiere ghetto di Bijlmer, centro di spaccio dell' eroina". Raccolgo l' invito, ma rimango - come dire - "positivamente deluso". Evidentemente chi parla non ha mai visto la Comasina di Milano o lo Zen di Palermo. Bijlmer, dove vivono circa cinquantamila persone - in larga parte immigrati - è un anonimo sobborgo con anonimi palazzoni delicatamente funerei; e assieme giardini curati, prati, e laghetti con le papere. Insomma nessun eden, ma neanche l' inferno che mi era stato pronosticato. Bijlmer, semmai, è interessante per un altro motivo. Qui tre anni fa un aereo cargo andò a sfracellarsi contro le abitazioni, causando duecentocinquanta morti; un numero che rimase a lungo incerto, perché incerta risultò essere la popolazione residente. L' improvvisa scoperta di immigrati irregolari scioccò l' opinione pubblica olandese, e costrinse a prendere seriamente in esame, per la prima volta, le politiche d' accoglienza; divenute infatti da allora via via più restrittive. Sempre alla maniera di qui, beninteso: quindi cercando in ogni modo, il compromesso e l' accomodamento. "Anche nel Seicento", mi dice Jan Jansen van Galen, saggista e giornalista, "il culto cattolico era ufficialmente proibito, ma di fatto praticato. La possibilità di trovare un varco per aggirare le leggi è una costante del nostro paese. Così come lo è una certa carenza decisionistica, dovuta al nostro iper-democraticismo. Il risultato, per tornare al nostro problema, è che mentre si discute per mesi della legittimità o meno di un permesso di soggiorno, l' immigrato di turno nel frattempo è già diventato uno di casa". Curiosa, curiosissima Olanda: iper-organizzata, ma poi elastica al punto da praticare la politica del doppio binario; conservatrice e proprio perciò sperimentale; solidarista e individualista; calvinista ed edonista. Quanto diversa, dalla sua potentissima e poco amata compagna di banco, la Germania; alla quale infatti volta dichiaratamente le spalle preferendo guardare verso il mare. Verso altre abitudini, altri stili di vita. Sicura oltremisura di se stessa e delle sue virtù, l' Olanda non trova ragione di esibirle; semmai, convinta della sua potenza assimilazionista, è disposta ad arrischiare continuamente i fondamenti della propria identità, come dimostra la proposta affiorata di recente all' Università di Amsterdam: rendere l' inglese prima lingua nei corsi di studi. Il magnifico rettore - Pieter de Meijer - è un italianista, un letterato; dunque un uomo consapevole del tesoro rappresentato dall' idioma nazionale. Ora però è qui in un' altra veste, quella di rettore, e con addosso quegli abiti ragiona: "La mia principale preoccupazione è quella di creare laureati competitivi sui mercati internazionali. E poiché nella maggior parte delle discipline, ormai, ci si esprime in inglese, non vedo nessuna bizzarria in questa proposta". Del resto, basta scendere le scale del rettorato per capire come il cosmopolitismo - da queste parti - sia pane quotidiano. Al caffé Luxembourg, ogni mattina si possono leggere tutti i giornali europei. E se ancora non vi basta, potrete andare a cercarvi tra le trecentocinquanta librerie di Amsterdam (una ogni duemila abitanti: gli olandesi sono i lettori più costanti e appassionati del mondo), quella italiana, greca o portoghese. Ovvio: non è soltanto questione di libri, ma, come si è detto, di stili di vita che si mescolano in un corroborante fricandeau, tale per cui, alla fine, non è più tanto chiaro se stai camminando per le strade del Nord brumoso e protestante, o in una sfaticata città mediterranea. La risposta al rebus, ovviamente, c' è. Metà delle persone lavora duramente; e l' altra metà se la spassa con i mille sussidi elargiti dallo Stato, in barba al calvinismo e al senso di responsabilità individuale. Ma quelli che lavorano, pagando fior di tasse, non si lamentano di questo? Interpellato, Michael Zeeman - figura multiforme dei media olandesi - sgrana i suoi occhioni blu e mi dice che sì, certo. Il problema se l' è posto. Ma subito aggiunge, con apprezzabile realismo, che la sicurezza ha anche un prezzo monetario. Meglio così che avere l' auto rubata, o la casa scassinata da parte di chi va in cerca di denaro. Né - conclude - si può dimenticare l' usuale basso continuo della cultura protestante: il dovere di aiutare chi è in difficoltà o ha poco talento; e l' amore per la decenza, che renderebbe inaccettabile la vista dei mendicanti per la strada. A dire il vero, un mendicante almeno, io l' ho visto. Era un bel vecchio, tanto per cambiare munito di bicicletta; contrassegno inequivocabile dell' egualitarismo geografico, prima ancora che politico, di questa città. Così come nel Seicento, infatti, il reticolo di canali impediva ai cavalieri di farsi belli più che tanto con i loro destrieri; oggi, a maggior ragione, è difficile farsi belli con Volvo e Bmw, visto che l' auto è penalizzata in ogni modo: a tutto vantaggio della robusta pedalata che accomuna ricchi e meno ricchi, nonni e nipotini. Gira e rigira, si finisce sempre lì: a parlare di sobrietà e decenza, quali caratteri portanti di questo popolo. Anche se poi, come mi fa notare Joost Zwagerman - altro scrittore dell' ultima generazione - decenza è una parola a doppio taglio. Che indica sì morigeratezza, parsimonia, semplicità. Epperò allo stesso tempo può anche significare ipocrisia, il desiderio di non chiamare le cose con il loro nome. E ricorre come altri a un esempio doloroso della storia recente. All' inizio degli anni Cinquanta, l' Olanda reagisce violentemente al desiderio di indipendenza manifestato dall' Indonesia. Ma siccome la patria della tolleranza, della trasparenza e della moralità, non può macchiarsi di questa colpa, la questione è risolta brillantemente, definendo quel conflitto "azione di polizia". E i crimini commessi contro la popolazione locale, "eccessi". Quella vicenda - aggiunge lo storico Haitsma Muler - lascia però lunghi e dolorosi strascichi nell' opinione pubblica, che per contrappasso interiorizza un forte senso di colpa dilagato successivamente in un terzomondismo un po' smodato. Oltre che nel culto sempre più idolatrico della parola tolleranza, il cui campo d' azione principale - a partire dagli anni Settanta, e dai movimenti di liberazione sessuale che li contrassegnano - diventa quello dei diritti individuali. I quali si estendono a dismisura, fino a diventare inattaccabili tabù. Davanti all' ennesima birra di questo frenetico tour olandese, ho modo di parlarne con William Oppel, un giovane intellettuale che ha avuto il coraggio di andare controcorrente, polemizzando ad esempio con la pratica un po' troppo "leggera" dell' eutanasia. "Siamo così sicuri che sia legittimo chiedere a un medico di aiutarti a morire? Oppure che si debba garantire a una donna di sessant' anni di poter coronare il suo tardivo desiderio di maternità? Vede, è come se qui non si accettasse più il corso naturale degli eventi. E non si volesse mai pagare un qualche prezzo per la scelta compiuta: penso a quegli omosessuali che ora vogliono rimettere in piedi la famiglia etero, tradizionale, dopo averla criticata e demolita. "Esponendo queste tesi, però, corro immediatamente il rischio di passare per un intollerante bacchettone, per un fondamentalista. Perché in Olanda si può mettere in discussione tutto, tranne la tolleranza, intesa come relatività di ogni posizione. Epperò, così facendo, si finisce per perdere qualunque etica della convinzione. E soprattutto si sottace l' aspetto ideologico della faccenda. Che permane, hai voglia se permaneé Il nuovo dio si chiama free will, libero arbitrio. Non si dimentichi mai che questo è un paese di grandi ingegneri. Tesi a risolvere i problemi, tutti i problemi. Ora, anche quelli della vita e della morte". Forse proprio questo è il punto dolente. Per una lunga fase le cose sono filate lisce, grazie a un equilibrio irripetibile tra conservazione e innovazione, sostenuto anche dalla struttura consociativa dei "pilastri" (cattolico, socialista, protestante, liberale). Poi, una volta che questi sono venuti a mancare, l' individuo ha preso definitivamente il possesso solitario del palcoscenico. E la democrazia olandese, ottemperando ancora una volta alla sua più intima natura di sistema instabile, in perenne evoluzione e aggiustamento, gli è andata incontro. In tutti i modi. Soddisfacendo ogni suo tipo di richiesta, anche quelle che tendono a eludere la dimensione tragica dell' esistenza. Sì che ora l' individuo si trova in una sorta di terrain vague, di stato limbale: dove tutto, o quasi, è consentito. Molti ne approfittano, in una bulimica richiesta di sempre nuovi diritti, che ad esempio sul versante economico stanno mettendo a dura prova il pur florido Stato olandese. Altri invece si sentono più incerti. Si chiedono se non ci si sia spinti troppo avanti. Anche nella logica assimilazionista delle mille, possibili minoranze; proprio nel momento in cui il processo di unificazione europea, e una pressione migratoria divenuta anche qui problematica, costringono a riflettere meglio sulla propria identità nazionale (in Olanda sempre snobisticamente negata). E sul proprio glorioso passato (che gli olandesi per primi hanno rimosso). Eppure sono state proprio quelle particolarissime circostanze storiche e ambientali che hanno fatto, e per tanti versi fanno ancora di questo paese, un enclave di irripetibile benessere: l' omogeneità sociale, etnica ed economica degli abitanti; l' assenza di tendenze separatiste; la felicissima collocazione geografica; uno spazio circoscritto e una popolazione limitata; il rifiuto, sin dalle origini, di uno Stato accentratore e autoritario. Sì, è stato anche grazie a tutti questi elementi, se qui si è potuta coltivare l' utopia di una società decente; la stessa utopia di cui parla da sempre, nelle pagine dei suoi libri, il maestro dello scetticismo liberale: Isaiah Berlin
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