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Le opere (e i romanzi) migliori generalmente ricavano ed emanano un senso e un' aura da un luogo non banale ma "forte" e da un contesto storico-ambientale non qualunque ma preciso. La Parigi settecentesca e libertina della Manon Lescaut non è la stessa Parigi della Traviata, così ottocentesca e borghese (anche se Puccini viene dopo Verdi). E né l' una né l' altra si possono confondere con la Germania romantica del Werther, o con la Russia zarista dell' Eugenio Onegin. Né magari svolgersi a Voghera o a Matera. Per molti superficiali, invero, la Spagna della Carmen e del Don Chisciotte è lo stesso paese dell' Egitto dei romanzi sui Faraoni e dell' Aida. In quanto sono tutti manicomi e carceri e sfasciacarrozze intercambiabili. (Tranne, forse, quando Don Carlos e Pinocchio piantano l' Escuriale e la Balena e partono in Star Trek per il tempio della Dea Kalì, per liberare la Monaca di Monza dalle sgrinfie di Madre Teresa di Calcutta). Però i Malavoglia, benché certamente umiliati e offesi e miserabili, non si possono frivolmente palleggiare fra Dostoevskij e Victor Hugo. Così come i Promessi Sposi, quantunque così lombardi, non è detto che partecipino alla Prima Crociata. Neppure Luchino Visconti, dopo tutto, ha mai preteso di mettere insieme il Gattopardo e Ludwig al Giambellino con l' Arialda e Rocco e Gaber e Jannacci e i loro fratelli, magari extracomunitari e quindi attuali. Eh sì: togliere Genova a Simon Boccanegra e Venezia ai Due Foscari è come togliere la Scozia a Maria Stuarda o Trastevere a Rugantino: "sò cazzi". Come assegnare Mosè agli svizzeri e Guglielmo Tell agli ebrei. Ora, il "grand' opéra" Dom Sebastien di Donizetti (e Scribe) è un romanzone storico che si svolge nel Cinquecento fra Lisbona e il Marocco: con una disastrosa spedizione coloniale, tremende trame dell' Inquisizione, e finalmente l' occupazione spagnola del Portogallo. Tutti fatti storici e geografici registrati anche dalla Garzantina, e dunque difficili da ambientare - malgrado l' eternità e ripetitività dei conflitti - in una Berlino o Beirut o Gerusalemme divisa fra Romei e Giuliette e Radames di credenze diverse. Risulterebbero poco credibili: come una conquista della Polonia da parte di Vasco de Gama, o la produzione in vari dialetti bessarabici del poeta bulgaro Pessoa. Ma eccoci alle fattispecie concrete. Questo Dom Sebastien è infatti un' opera politicamente e religiosamente assai corretta, secondo le ideologie in voga nel primo Ottocento e "grosso modo" fino a Pio XII. Ma risulta scorrettissima oggi, dopo i ribaltoni della Chiesa e del pensiero conformista di regime e potere. Infatti, certamente è una grandiosa operona già quasi verdiana, con ghiotte cerniere fra "Vi ravviso o luoghi ameni" e "Di Provenza il mare e il suol". Un fumettone per bambinoni, con canti militari, cori tipo crociati, danzette incongrue, concertati "folichon". C' è lo zio perfido usurpatore come con Amleto e Ludwig, il falso impostore come nel Boris, il veterano ridotto a mendicare sui gradini dei duomi come nelle canzonette dei nostri bisnonni: "Altolà che mi guarda la gente - nel vedermi appoggiato a un bastone - altolà sono un vecchio sergente - e so dirvi qual voce ha il cannone! - Una volta s' andava a battaglia - come a un ballo cantando si va - pare pioggia di fior la mitraglia - rataplàn, rataplàn, rataplàn". Però qui l' eroe tenorile positivo è un assatanato colonialista, mentre l' infame negativo non vuol neanche sentir parlare dell' Africa e mette bastoni fra le ruote alla conquista. Dunque viene esecrato dai "buoni". E con la Chiesa sono guai: prima perché l' amletico giovane viene istigato dai precettori gesuiti all' evangelizzazione forzosa degli islamici. E poi, quando ritorna sconfitto e travestito dalla débacle verso Marrakesh, la perfida Inquisizione (in combutta con i vincitori marocchini e Filippo II e il cattivissimo Duca d' Alba), lo tradisce e rinnega per consegnare il Portogallo alla Spagna. E con atroci trame lo fa perire insieme all' amata marocchina che per affetto si è già convertita e riconvertita diverse volte da una religione all' altra. Come se non bastasse, perisce nei trambusti anche il poeta Camoes. (Altro che Sofia Loren "marocchinata" dai marocchini nella Ciociara di De Sica e Moravia). Molti guai anche amorosi, ovviamente. La Bella Zayda prigioniera a Lisbona viene infatti rimandata libera al suo paese alla vigilia dell' invasione del medesimo. Là si marita col generale moro che sconfiggerà Dom Sebastien in battaglia. Ma ritroverà il Dom ferito sul campo, lo riaccompagnerà camuffato in patria, lo difenderà davanti all' Inquisitore con logico furore del marito generale. E dopo inenarrabili peripezie precipiterà con l' amato da una scala di corda sabotata, giù nel mare da cui arrivano i vascelli di Filippo II, già pronto a entrare nel Don Carlos verdiano. E ci si potrebbe forse domandare se c' era o non c' era un Consiglio della Corona, in una monarchia così militare e marinara, e così impegnata nell' organizza- zione amministrativa in tre continenti. E naturalmente, drammaturgicamente, nella riapparizione del creduto scomparso si può sempre riconoscere un piacevole anticipo del celebre caso Bruneri-Canella e dell' Ignota di Pirandello in Come tu mi vuoi. E politicamente, nei continui cori di "Allez, partez, soldats", un antipasto di Clinton e Blair su Baghdad? E il supremo Inno all' Inquisizione? "Membres du Saint-Office - qu' au gré de son caprice - l' Eternel vous choisisse - adorant Sa justice - que chacun obéisse"... Qui le generazioni cresciute nel mito terrifico del Cardinale Ottaviani, prosegretario del Sant' Uffizio fino al gennaio 1968, inevitabilmente si chiederanno se negli ultimi anni l' Eterno avrà seguito i voltafaccia, si sarà aggiornato con i ribaltoni, chiederà scusa (come il Pontefice e i politici) ai tanti miscredenti e Infedeli già massacrati in Suo nome. E "mercé" alle vittime dell' Inquisizione protagonista di due o tre atti di questo Donizetti, e quasi altrettanti nel Don Carlo verdiano. Materia assai ricca, dunque. E quindi, spettacolo esemplare, alle inaugurazioni di Bergamo e Bologna, con un magnifico allestimento di Pier Luigi Pizzi omologo alla direzione accurata e sontuosa di Daniele Gatti. Tutto il fasto storico necessario per far capire agli spettatori il senso e l' aura - Lisbona, il Cinquecento, le pompe cattoliche del Portogallo potenza imperiale - in un' opera ormai sconosciuta ma composta sulle esigenze e misure dell' Opéra di Parigi. E con una buona impressione di spese non spropositate, in base ad attenti calcoli di costi e ricavi. Badando soprattutto - oltre allo chic stilistico - alla miglior comprensione del lavoro da parte del pubblico. * * * Niente parametri o coordinate per l' opera e per il pubblico - e invece un "tutto contro" - nella Dama di picche ad Amsterdam, che poi verrà al Maggio Fiorentino. Pazienza se la Residentie Orkest diretta da Semyon Bychkov risulta piuttosto fiacca e inerte, in una città dove i normali termini di paragone sono il supremo Concertgebouw o la splendida Filarmonica di Rotterdam con Gergiev e Rattle e Boulez anche per le opere. Ma soprattutto la regìa di Lev Dodin riunisce le due convenzioni più rovinose. Il filone "Gilda nel sacco", cioè tutta l' opera come un flashback della protagonista all' ultimo stadio: Violetta e Mimì sul letto di morte, Aida sotto la fatal pietra, la Tosca durante il famoso zompo, o appunto Gilda già chiusa nel famoso sacco (entro il quale deve poi svolgersi tutta l' opera). E il filone "siamo tutti disgraziati, siamo tutti rottinculo". Dunque passioni eccelse cantate con virtuosismi sublimi da smandrappati e derelitti fra bassifondi e tuguri. Sputtanamento ideologico di capitalisti e baronesse e principi? Oppure solidarietà demagogica con sfasciacarrozze tossicodipendenti e teledipendenti? Le stronzaggini del "politically correct" producono situazioni così ridicole che la presa per il sedere dello spettatore può indurlo a mancanze di rispetto capaci di arrivare al popolare vaffanculo. Per più di tre ore, infatti, l' intera opera si svolge in un manicomio lombrosiano con tanti dementi e degenti, e una sola branda per il protagonista, che fa flashback. Ed evidentemente Lev Dodin è un artista disuguale. Oltre agli spettacoli russi in prosa eccellenti e impressionanti, a Firenze ha fatto una magnifica Elektra con Abbado, e un' ottima Lady Macbeth di Shostakovic, di alto mestiere. Ma è disugualissimo anche Peter Sellars, attualmente. Con riuscite deliziose: il Don Giovanni spacciatore black nel Bronx; e Le nozze di Figaro in una Trump Tower di shopping natalizio. (Fra le rare riuscite poetiche della "attualizzazione"). E Pelléas et Mélisande in un castelluccio ridotto a clinica; Nixon in China di folgorante iperrealismo televisivo... E molestie esecrabili: un Rake' s Progress che butta brutalmente via, in un manicomio criminale americano, tutto il sottilissimo e intelligentissimo Settecento di Stravinskij e di Auden, nonché di Hogarth; un Klinghoffer di ebrei e musulmani come santini oratoriali e pesci in barile sulla "Achille Lauro"; il noiosissimo Peony Pavilion con una gara di birignao fra cinesi e americani in un magazzino di televisori grandi e piccoli... Ora, naturalmente la novella di Pushkin finisce (nel 1833) col protagonista che impazzisce e tutti gli altri che si sposano. Però, forse, verso il 1890, i fratelli Ciaikovskij avranno tenuto presente che nel frattempo Dostoevskij aveva trattato da par suo, nel Giocatore e in Delitto e castigo, appunto i deliri del tappeto verde e le violenze del giovane povero contro la danarosa vecchia. E il finale con doppio suicidio disperato si rende praticamente obbligatorio dopo le tante soluzioni mortali ineluttabili nel melodramma, non solo italiano. Dopo la "scena delle carte" nella Carmen, col suo "toujours la Mort!" così apprezzata da Ciaikovskij, come si fa a maritare la gitana e a spedire Don José in un cronicario? Ma soprattutto, un recupero del finale accomodante o sogghignante di Pushkin finisce per sbattere via - in un cronicario passepartout tra la Fossa dei serpenti e il Nido del cuculo e il Marat-Sade, ma senza Olivia de Havilland né Jack Nicholson né Peter Brook - proprio tutto Pushkin, coi suoi dandysmi e byronismi e la sua cultura e società e l' intero ambiente. Via tutto intero nel cesso anche il leggendario Mito o Spirito pietroburghese, coi palazzi e le prospettive e le notti bianche e i giardini, che nel testo ci sono: come nello splendido San Pietroburgo di Solomon Volkov ora pubblicato da Mondadori, e qui recensito da Franco Marcoaldi. E via le tremende ambiguità reazionarie (come all' Avana di Castro) fra un immobilismo popolare vocazionale e le tirannidi ideologiche delle Caterine progressiste col bastone di ferro sotto il cavaliere di bronzo per il bene della brutta "gente"... E quelle celebratissime pulsioni verso l' Europa della poesia e dell' architettura e della musica, malgrado le resistenze della palude e della steppa. Tanto vero che nelle migliori edizioni della Dama di picche i costumi e le coreografie passano lievemente dall' Ottocento romantico al Settecento rococò quando Ciaikovskij con delicatezze raffinatissime si protende verso Mozart e Parigi, e non verso i folklori della profonda Russia asiatica e ortodossa. Come nei nostri referenti più riusciti. L' edizione "princeps" del Bolshoi che venne alla Scala nel ' 64, con la Vishnevskaja e la Obratzsova ragazze, e una sensazionale ultima scena che corrispondeva per "demonia espressionistica" al Mejerchold ricostruito da Angelo Maria Ripellino. Un enorme tavolo verde coperto di pelli d' orso e uffizialetti sdraiati l' uno sull' altro intorno a un enorme punch "brulé" con fiamme altissime, e decine di servi neri che correvano come calabroni a versarlo coi mestoli nelle bocche aperte. Una lucidissima messinscena di Filippo Sanjust a Spoleto, con una sensazionale Magda Olivero come Contessa. E comportamenti di bravata sfottente conformi agli immensi saggi di Jurij Lotman su Il decabrista nella vita e Il tema delle carte e del gioco nella letteratura russa all' inizio del secolo XIX. (Si trovano nelle raccolte edite dal Mulino e da Laterza; e sono vere guide teoriche e pratiche alla Dama di picche). Un po' di Lotman si ritrovò forse nella regìa recente di Andreij Konchalovskij alla Scala, con la mirabile Mirella Freni tra i colonnati allucinanti e ossessivi di Ezio Frigerio. Scontro di due epoche fra porcellane e ventagli e roulettes: magazzino di antichità come focolare di enigmi e trappole, per Mejerchold e Ripellino. Giochi d' azzardo infernali fra vittime-forze e forze- vittime: con rischi mortali nei codici falsi e nei colpi cosiddetti sicuri. Zombi e automi che palpitano o impietriscono, fra materiali inanimati preoccupanti, secondo Roman Jakobson: Cavalieri di Bronzo, Convitati di pietra, Galli d' oro... (E se per attualizzarli alla portata dei pupi li si facesse di cioccolata, signora mia?). Però l' esecuzione più pushkiniana, allucinante e demoniaca, fu poi quella di Valery Gergiev in concerto a Santa Cecilia nel ' 95, con gli stessi interpreti (circa) del cd Philips e delle recite ad Amsterdam. Ma chissà quali paradossi troverebbe Diderot, riscontrando che in via della Conciliazione il dannato Hermann, in concerto e in frac appariva come un super-Tommaso Landolfi, mentre in Olanda e in pigiama e ciabatte, con una vecchia zimarra per recarsi al cesso, risulta una vittima delle disfunzioni Usl. Comunque, anche senza lezioni sulle analogie tra la serie Lisa-Hermann-vecchia contessa e Sonia-Raskolnikov-vecchia usuraia (e sul "turlupinare la vecchia" che si può trovare anche nelle Anime morte), una buona regìa sarebbe tenuta a chiarire per gli utenti non russi almeno che Hermann non ha soldi mentre gli altri uffizialetti giocatori sono dei facoltosi. E il corteggiamento di Lisa per arrivare alla vecchia ed estorcerle il segreto delle tre carte va avanti fra equivoci sentimentali e malafede. E la contessa muore di spavento, appare come fantasma, riappare come terza carta decisiva per la dannazione. Se invece siamo tutti in manicomio, mancano le differenze sociali e di censo, le motivazioni e le aspettative per un futuro facoltoso, i drammi sui fini e i mezzi fra matrimonio e casinò. E le famose tre carte potrebbero anche essere tre sigarette o tre cioccolatini, per i passatempi e i dissapori dei pazienti gesticolanti. (Montecarlo e Santa Maria della Pietà? Ma fa lo stesso, baby. "It' s only rock' n' roll"). Così, invece di incontrarsi nei Giardini d' Estate e i saloni e i salotti che danno un senso all' azione - come la Scozia a Maria Stuarda e a Macbeth, come Venezia alla Gioconda e a Shylock - i poveri matti si trascinano e strofinano in pigiama come per freddo o pidocchi, si accoccolano o stendono sull' unica branda e per terra, si bendano gli occhi come per orzaioli e congiuntiviti, mentre il coro dei ricoverati si trattiene impalato e imbranato in cima a un muretto, gli infermieri pecioni maltrattano i malati e i morenti, manca solo la suora degli enteroclismi. La povera Lisa va e viene per fare gli impacchi al povero Hermann agonizzante fin dall' inizio, e si asciuga la bocca con la gonna fra i casi pietosi e terminali coi tipici sintomi dell' immancabile Aids off-Broadway. Molto girare a vuoto, coricarsi per terra, rimettersi a letto, disperarsi al capezzale. La grande Helga Dernesch, unica vestita da visita (in quanto Contessa), incede parecchio avanti e indietro, ma quanto incede, e infila sovente la porticina del cesso. Fa la sua toilette notturna non in un boudoir ma in un parco cafone tipo la piscina di Citizen Kane a San Simeon, con statue e colonne e gradinate di un gesso abbagliante. Si allunga sulla branda (sempre più "un vero porcaio", con le ciabatte sotto), e presto "è serenamente spirata", come nei necrologi del Corriere della sera, tirandosi la coperta di Linus sulla testa. Barellieri e portantini fanno un lungo funerale con candele e fedeli mai previsto dagli autori, con matti da legare in libera uscita e pastrani da battaglia di Stalingrado. Ma anche la bisca finale risulta "a piedi nudi nel parco". E qui la coperta della branda diventa un tappeto verde da gioco, mentre i degenti si tirano i cuscini strappati a pezzi come nei vecchi film sui collegiali, o buttano per aria i mazzi di carte come Rascel ai tempi di "Evviva il Carnevale!". Altro che porcaio: cartacce dappertutto, mentre il disgraziato si rimette a letto, e buonanotte. (E pensare che quello spettacolo del Bolshoi venne addirittura paragonato alla Traviata Visconti-Callas, perché quando al gran ballo si annuncia Caterina II - che qui è la solita Dernesch col solito abito - tutti si precipitano avanti a destra. Ma lei arriva di dietro a sinistra, così le dame di corsa con le gonne in mano vanno a sbattere contro un plotone d' ussari al passo prussiano). Dunque l' ideologo impegnato commenterà: l' aristocrazia zarista era così miserabile? E allora Lenin non ha capito niente, e la Rivoluzione ha schiacciato dei poveri mentecatti degenerati ed emarginati in una Bastiglia, invece di liberarli alla Basaglia?... O forse bisognava spiegarlo soprattutto a Brodskij, che un giardino e un manicomio pietroburghese o siberiano sono in fondo la stessa cosa?... E i filologi- esteti che applaudivano i Vespri siciliani ambientati non nel Duecento quando avvennero ma nell' Ottocento quando furono composti: e allora, perché non ambientare a Firenze La dama di picche, appunto composta nel capoluogo toscano, e dove fino a poco fa vivevano vecchie dame ben capaci di insegnare il piglio e il portamento alle Contesse da opera... Però adesso qui ad Amsterdam il "politically correct" non si propone certo un Lago dei cigni o uno Schiaccianoci ad Auschwitz, un Eugenio Onegin a Sarajevo, un Guerra e pace fra le cosche in Sicilia. Qui il vero mito cittadino è ancora Anna Frank, come la Sanfelice e la Pimentel a Napoli. Dunque, per accrescere il tasso di impegno al Diario di Anna Frank (da noi messo in scena con la Guarnieri e De Lullo), sarebbe più opportuna una protagonista nera, magari non vedente, o kurda, sotto le bombe in Vietnam, nel Sudafrica della Gordimer, nella Palermo di Falcone e Borsellino? Ma una Anna Frank o una Pimentel ambientate in manicomio come la Dama di picche non sarebbero "provocazioni" anche più irriverenti e dissacranti delle "trasgressioni" alle sfilate di moda o nei monologhi dei comici politicamente corretti? * * * La casalinga l' ha sempre detto - "sono tutti matti!" - davanti alla Cena delle beffe come ai Giusti di Camus come ai greci a Siracusa. E figuriamoci coi Decabristi di San Pietroburgo. (Sono i punti di vista della "gente", come "tutti comunisti qua dentro" e "tutti froci tranne io"). E "tutti in manicomio" risulta attualmente la trovata più diffusa all' opera. Lucia di Lammermoor in manicomio a Parigi, Rake' s Progress in manicomio perfino in Emilia; e chissà quanti spunti si potrebbero ricavare dal famoso disco "Pazzie celebri" della Callas. Pazzie di Anna Bolena, del Pirata belliniano, di Hamlet di Thomas... Se ne potrebbe ricavare addirittura un Festival, sostituendo "matto" a "gobbo" nella canzonaccia scorretta "Gobbo il padre, gobba la madre, gobba la figlia della sorella... la famiglia dei sette gobbon!". La Famiglia dei Sette Matton: giusto titolo? Ma sarà poi politically correct dare del pazzo a questo e della matta a quella, col pretesto del microcosmo e della metafora? Dare dello stronzo a qualcuno sarà "una metafora della condizione umana", come si legge continuamente nelle recensioni stronze? E piacerebbero, per esempio a Napoli, una Pimentel e una Sanfelice matte da legare, per denunciare una condizione e stigmatizzare un' emarginazione? Preferibilmente con una Brava Presentatrice: anche se le Grandi Conduttrici, mentre si sbattono per fornire casi umani e lotterie, in realtà offrono soprattutto informazioni impietose sulle proprie tette e i propri lifting. Però il conduttore tipo "Domenica In" e Sanremo rappresenta la cultura Auditel a Santa Cecilia, quando fra un numero e l' altro del Candide di Bernstein passa dai cenni didattici sul maccarthysmo e la guerra dei Trent' Anni alle spiritosate all' italiana sul Giubileo e su Rambo e sugli arcivescovi di Cracovia. (Là dove nel libretto di Lillian Hellman e Dorothy Parker una vecchia puttana canta "Mio padre veniva da Rovno Gubernya - ma io mi assimilo facilmente": battuta etnica, alla Woody Allen, perché pare che da quello shtetl ebraico venisse il padre di Bernstein, mentre il grande Lenny si assimilò benissimo in America). E certo, si potrà dibattere sul tasso di comunicatività e ricettività di musicals come Candide o West Side Story o The King and I o My Fair Lady, per una utenza di signore mie, rispetto alla comprensibilità delle Passioni di Bach o di opere come L' angelo di fuoco o Mazepa in concerto. E di conseguenza, sulla necessità, anche per loro, di delucidazioni brillanti in corso d' opera sul luteranesimo a Lipsia, la stregoneria gotica, il Settecento ucraino coi suoi conflitti. Si potrebbe poi paragonare la "resa" di un musical come Candide eseguito oggi con grande orchestra e con effetti da "Danza delle ore" (come una Eine Kleine Nachtmusik suonata da una Big Band) non tanto con le nostre care memorie "live" delle rappresentazioni a Broadway, ma col disco del 1956 che documenta l' edizione originale, di una rapidità e leggerezza oggi inverosimili. Il direttore era Samuel Krachmalnick, che ebbe un breve periodo anche all' Opera di Roma come animatore di un lontano e vivacissimo Pipistrello. E il protagonista - come nel Rake' s Progress di Stravinskij alla "prima" veneziana, e come nel film dei Racconti di Hoffmann - era il tenore Robert Rounseville, che poi invecchiò come fratacchione di successo in Man of la Mancha. E comunque a Santa Cecilia "signora mia" fu felice. L' ho sentita: "Gnente gnente, avemo trovato pure lì a Broadway delle fettuccine bbbone come dalla Sora Cecia". (Mentre si diffonde e sparpaglia il dubbio spettacolare generale: per vendere Don Giovanni e San Giovanni Battista e Amleto e Leopardi ai più imbranati pubblici giovani e similgiovani, sarà più ruffiano farli interpretare dai beniamini televisivi per piccole fans strillanti, o da un immigrato multietnico politicamente correct con acconciatura ad hoc?)